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Roma - In mutande da DisegualSe si naviga sul sito di “Zara”, noto marchio spagnolo di abbigliamento presente in tutto il mondo, non si potrà fare a meno di vedere le differenze di prezzo di uno stesso articolo da paese a paese. Se si prende un capo a caso: ad esempio il cappotto a quadri da donna, il primo abito della collezione presentato sul portale internet dell’azienda di Arteixo, si potrà osservare come in Italia questo costi 149 euro (clicca qui). In spagna e in Olanda lo stesso capo costa invece 119 euro (clicca qui). Con l’arrivo dei saldi il 4 gennaio “Zara” abbassa il prezzo anche in Italia, equiparandolo ai 119 euro degli altri paesi europei, un prezzo comunque sempre più elevato di quello destinato ai tedeschi, che con 99,99 euro hanno il miglior prezzo d’Europa (clicca qui). Già nel 2012 un’interessante studio di Altroconsumo aveva dimostrato come l’Italia fosse fra i paesi più penalizzati dalla grande distribuzione. Nel nostro Paese, in media, le grandi catene applicano una maggiorazione dei prezzi del 15 per cento in più rispetto a paesi, per giunta più ricchi del nostro, quali la Germania e il Lussemburgo. La cosa più incredibile è che ad essere penalizzati siano soprattutto gli Stati meridionali dell’Europa, cioè quelli meno ricchi, a vantaggio degli Stati settentrionali, dove il potere d’acquisto è più forte ed i salari sono più elevati.

Tuttavia la certezza di pagare marche già costose ancora di più rispetto ai nostri concittadini europei, non ci scandalizza più di tanto. In molti, infatti, oggi hanno atteso seminudi in pieno gennaio all’interno dello shopping center del Gru a Grugliasco per essere fra i primi cento “fortunati”, che hanno potuto partecipare all’Unconventional Seminaked Party, un’iniziativa del noto marchio “Desigual”, che prevedeva di vestire a costo zero i primi cento clienti maschi o femmine che si fossero presentati seminudi all’apertura del negozio. Oltre al danno anche la beffa, come era prevedibile alcune delle persone in fila hanno invece dovuto pagare per poter tornare a casa con qualche abito indosso ed evitare una probabile influenza.

Certo la crisi ha modificato alcune abitudini degli italiani e molte famiglie sono costrette ad aspettare il periodo dei saldi invernali ed estivi, soprattutto per l’abbigliamento. Tuttavia i centri commerciali vengono presi d’assalto proprio alla ricerca delle marche più conosciute. Al contrario di quanto avviene in paesi anche molto ricchi quali gli Stati Uniti, dove le grandi marche soffrono da sempre la concorrenza dei discount dell’abbigliamento.

Il nostro sembra essere un popolo particolarmente influenzabile dalla pubblicità e fortemente interessato al giudizio che gli altri tendono ad esprimere quando si veste griffato o di marca. D’altro canto appare del tutto anacronistico limitare il periodo dei saldi soltanto a due periodi dell’anno, come peraltro già denunciato anche dall’Adiconsum. Da una parte si penalizzano i piccoli commercianti, che indebitati da mesi per acquistare ciò che riescono a vendere solo dal 4 gennaio in poi, rimangono senza respiro per poter far fronte ai propri costi di gestione, finendo stritolati dalla forza dei grandi centri commerciali, che possono invece permettersi di attendere le finestre dei saldi stagionali. D’altra veniamo penalizzati anche noi consumatori, che al contrario con l’abolizione della legge sui saldi, potremmo finalmente godere di una reale concorrenza tra commercianti tutto l’anno, unico strumento in grado di provocare un naturale abbassamento dei prezzi, che è quello che ci vuole in un Paese come il nostro, dove il potere d’acquisto dei salari si è sempre più ridotto.

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